lunedì 17 aprile 2017

Ka-Tan la terra degli antichi dèi!

Nel 1993 diedi sfogo a una strana sensazione, che da tempo teneva impegnata la mia mente, così un giorno decisi di spostare il mio sguardo al di la dell'orizzonte, intraprendendo un cammino che già sapevo arduo da affrontare, per la mancanza d'informazioni utili a fornire le risposte a quelle miriade di domande che affollavano i miei pensieri. Con il trascorrere del tempo quello che inizialmente doveva essere una semplice ricerca si è dimostrata una vera caccia a quelle verità negate e occultate, della storia umana. La complessità degli argomenti, che abbracciano l'intero scibile umano, via via che vengono approfonditi, diventano sempre più difficili da interpretare. A volte ho la sensazione che giro in lungo e in largo per piccoli corridoi di un labirinto senza vie d'uscita, ma il desiderio d'apprendere, conoscere, fortifica il mio desiderio di andare avanti. Senza accorgermi, anziché riposare dopo aver completato il seguito de "Il tempio perduto degli Anunnaki", che molto presto darò alle stampe, con il titolo: "L’avamposto degli antichi dèi – Un segreto millenario custodito nel sottosuolo della valle simetina", mi sto ritrovando ad affrontare la stesura di un terzo libro, molto più impegnativo e accademico, che dovrebbe chiudere la triologia letteraria sugli Anunnaki in terra di Sicilia. 
E sono talmente entusiasta di questa nuova avventura che vorrei condividere con voi, con tutti voi, un breve stralcio del primo capitolo.

Quello che segue è un breve stralcio del 1° capitolo

... a chi, ad esempio, non piacerebbe leggere e comprendere le prime forme di proto-scrittura, segni e linee che nella maggior parte dei casi sono ancora oggi indecifrabili.  E che ci vuole! Facile a dirsi, poi ci rendiamo conto che, nonostante la nostra buona volontà e dopo aver consultato diversi libri, l’interpretazione di quegli ideogrammi richiede anni di studi approfonditi. Allora decidiamo di spostarci su scritti molto più vicini alla nostra cultura linguistica: l’accadico, ma anche in questo caso, nonostante l’assonanza delle lettere (a,b,c, ecc) che compongono ogni singola parola, ci imbattiamo in una grammatica molto complessa, dove molte forme verbali addirittura fanno cadere consonanti e vocali, nascondendole. L’unica soluzione è di affidarci a quei testi già tradotti, ma anche in questo caso, ogni singola traduzione si differenzia da un’altra e tale differenziazione è dovuta all’interpretazione soggettiva utilizzata da ogni studioso. 
Proviamo a fare un esempio utilizzando il segno che indica la parola “cane”. I Sumeri 6000 anni fa per dire cane utilizzano il termine fonetico UR, quando lo scrivevano sulle tavolette d’argilla però, era tutt’altra cosa


Ma se dovessimo essere noi occidentali evoluti e volessimo tradurre la parola “cane” dall’italiano in sumero, ci limiteremmo a cercare i segni corrispondenti alle sillabe CA e NE. Per nostra fortuna li troviamo nella loro forma accadica KA e NE e li mettiamo insieme


Poi però arriva un sumero, che ha attraversato lo spazio e il tempo e nel leggere questo scritto pensa che ci stiamo riferendo al vulcano etneo, perché per lui Ka è “bocca” e NE è “fuoco”. Di conseguenza bocca di fuoco, difatti, a quel tempo erano i vulcani che eruttavano dalle loro bocche il fuoco rovente delle lave e non può che essere così, d’altronde la scrittura cuneiforme fu inventata dai Sumeri e non certo da noi occidentali. Quei segni incisi con uno stilo avevano dei significati e regole ben specifiche e non possono essere utilizzate a caso.
L’analisi lessicale che fino adesso abbiamo condotto però, evidenzia due aspetti particolari, che stanno alla base delle relazioni cosmologiche e religiose di tutte le civiltà del passato storico, quale punto di congiunzione tra l’uomo e gli dèi. 
Il primo aspetto è l’interpretazione che diamo all’idioma “cane”, poiché tale termine è un netto richiamo astronomico, nello specifico alla costellazione del Cane. Lo stesso dio Adranòs aveva oltre mille segugi (cani) a guardia del suo tempio. 
Nei miti andini o nella cultura precolombiana delle Ande ad esempio, gli antichi sacerdoti associarono il mondo di sotto e quello di sopra ad animali, come il Lama, la Volpe, il Cane, il Rospo e ciascuno di loro aveva la sua controparte divina o immagine speculare nel Cielo celeste. E se consideriamo che quasi tutte le culture del pianeta abbiano associato il cane alla stella Sothis/Sirio, anche per gli egizi essa rappresentava la dèa Sopedet (Sothis), appartenente alla costellazione del Canis Major. Qualche dubbio affiora. 
Questi riferimenti a culture e civiltà lontane, nel loro retaggio storico e religioso, hanno in comune uno stretto rapporto astronomico e cosmologico, dove ogni connessione è riconducibile a quella espressa dai Sumeri, 6mila anni fa. Nel libro di Robert Bauval ad esempio, nel capitolo dove spiega il pensiero di Mercer, uno dei tanti studiosi dei testi delle piramidi , (a lui è attribuita la prima versione in lingua inglese, pubblicata nel 1952, in formato economico), sta scritto:

[…] Mercer fece molto per mettere in luce il fatto che i testi contengono allegorie basate sulle stelle e sui loro moti, riconoscendo che da lì bisognava dedurre i caratteri di un’astronomia mescolata alla mitologia e ai rituali. Il suo studio dimostrava che il tema principale dei testi era radicato nella credenza secondo la quale il re morto sarebbe rinato come una stella e che la sua anima avrebbe viaggiato nel cielo fino a inserirsi nel mondo stellare di Osiride-Orione. Il dio dei morti e della resurrezione: La stella del cane era identificata con Sirio; Orione era identificato con Osiride […] Non è sorprendente trovare un’identificazione di Osiride con Orione […]
Nella cultura andina i cani assurgono a un compito ultraterreno, facendo traghettare le anime meritevoli verso una terra eterna e scacciare in una sorta d’inferno quelle ritenute indegne. Un’altra interpretazione potrebbe essere configurata con il cielo celeste, laddove l’intero panorama cosmologico si sviluppa nella costellazione del Cane. Scrive Murry Hope nel suo libro Il segreto di Sirio:
Le divinità canine sono sempre state associate con gli Inferi, come dimostra il greco Cerbero, custode delle porte dell’Ade, il cane compagno dell’eschimese Sedna, dimorante con la dèa in fondo all’oceano, la sumera Bau, figlia di An, da cui deriverebbe il nostro ‘bau-bau’, e il Cane Nero di Merlino nel folclore celtico, scorta del mago nelle sue visite notturne sulla spiaggia per la raccolta degli ingredienti essenziali agli incantesimi.
E non c’è da meravigliarsi se nella mitologia, legata al vulcano etneo, troviamo una particolare razza di cani a guardia del tempio di Adranòs, associata al Mondo di Sotto; pertanto i riferimenti sono o andrebbero ricercati nel vasto panorama cosmologico o nella devozione dei popoli siciliani nei confronti del loro dio. 
Il secondo punto riguarda il significato intrinseco della sillaba KA, perché anch’essa come per la parola “cane” si apre su un vastissimo panorama, quindi ci chiediamo:
Cos’è il KA? Qual è il suo esatto significato semantico e misterico?
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Copyright Angelo Virgillito 

mercoledì 22 marzo 2017

LE DIFFICOLTA' DI UNA RICERCA!

Condurre un’indagine sul passato dell’umanità, nonostante gli strumenti e gli studi condotti da illustri predecessori, richiede molto tempo e non sempre i risultati appagano gli sforzi compiuti. Si vorrebbero colmare tutte quelle lacune che l’establishment scientifico e accademico, in decenni di ricerche, ha volutamente accantonato solo perché, tali informazioni, non rientrano nei paradigmi imposti dalla scienza. Eppure sono proprio questi dati, piccole tracce in verità, che ci permettono di riallacciare periodi, fatti ed eventi verificatisi nel corso della nostra breve storia su questo pianeta. Siamo chiamati a confrontarci con gli aspetti più arcaici della nostra evoluzione e, di conseguenza avere quelle conoscenze storiche, scientifiche e religiose in uso all’alba della nostra genesi ed è frustrante costatare che, il più delle volte, dobbiamo arrenderci dinanzi alla nostra stessa ignoranza. Oggi, per condurre un’indagine seria, che possa essere supportata nel costrutto della sua ipotesi, un ricercatore moderno dovrebbe avere conoscenze che spaziano nel panorama dello scibile umano: dagli aspetti societari all’habitat, dai primitivi rituali alle complesse pratiche religiose, dai primi rudimenti industriali alle complesse attività che hanno permesso all’uomo di sviluppare, gradatamente, la società in cui viviamo. Eppure in tale panorama le incongruenze storiche e scientifiche nella maggior parte dei casi contrastano con i fatti e gli eventi registrati nella storia del nostro recente passato.
Come se tutto ciò non fosse sufficiente a rendere difficoltosa la ricerca a volte dobbiamo fare i conti anche con fenomeni naturali legati agli aspetti fisici, chimici, biologici che, coincidenze a parte, mettono a dura prova la nostra pazienza e la capacità intellettiva e culturale. Potremmo conoscere la storia umana fin nei suoi dettagli, così per come c’è stata raccontata e nello stesso tempo potremmo avere conoscenze, più o meno approfondite, in astronomia, in chimica e in fisica, ma n on saremo mai in grado di conoscere fino in fondo gli aspetti societari, industriali, economici e religiosi, sviluppatisi nei diversi habitat del pianeta. Dovremmo avere conoscenze accademiche per comprendere la storia evolutiva della semantica linguistica delle diverse culture apparse nel corso della storia. Dovremmo avere la “sfera” di cristallo per interpretare le logiche che spinsero le comunità preistoriche in una direzione anziché in un’altra.



A chi, ad esempio, non piacerebbe leggere e comprendere il cuneiforme, la prima scrittura, riconosciuta dal corpo accademico mondiale. E che ci vuole! Facile a dirsi, poi ci rendiamo conto che, nonostante la nostra buona volontà e dopo aver consultato diversi libri, l’interpretare tutti quei ideogrammi richiede anni di studi. Allora decidiamo di spostarci su scritti molto più vicini alla nostra cultura linguistica: l’accadico, ma anche in questo caso, nonostante l’assonanza delle lettere (a,b,c, ecc) che compongono ogni singola parola, ci imbattiamo in una grammatica molto complessa, dove molte forme verbali addirittura fanno cadere consonanti e vocali, nascondendole. L’unica soluzione è di affidarci a quei testi già tradotti, ma anche in questo caso, ogni singola traduzione si differenzia da un’altra e tale differenziazione è dovuta alla interpretazione soggettiva utilizzata da ogni studioso.  È pur vero che le lingue parlate sono riconducibili a due classi specifiche: il semitico e l’indoeuropeo, come è vero che ancora oggi esistono stralci protolinguistici che gli studiosi non sono stati in grado di decifrare, come gli ideogrammi, incisi su delle pietre, riconducibili al popolo della ceramica a solchi. Furono soprattutto le tavolette di Tartaria[1], località presso Turdas[2], in Transilvania, sulle quali gli archeologi trovarono delle incisioni su delle tavolette di graffite argillosa, che inizialmente furono datate intorno al 4.000 a.C., i cui simboli raffigurati furono simili a quelle rinvenute nelle pietre megalitiche nei vari henges[3] inglesi. 


una riproduzione delle antiche tavolette di Tartaria, proveniente dal sito https:/alienifranoi.wordpress.com/


La disputa accademica che ne scaturì ancora oggi è accesissima. Nel 1962 l’archeologo Sinclair Hood, direttore della British School of Archaeology di Atene, scrisse un articolo, parte del quale è stato riportato dai due ricercatori Christopher Knight e Robert Lomas, nel loro libro La civiltà scomparsa di Uriel[1], nel quale si legge:

 

I segni riportati sulle tavolette di Tartaria, soprattutto quelli sul disco n.2, sono così affini a quelli delle più antiche tavolette di Uruk … da farci ritenere quasi con certezza che esista una relazione fra i due tipi. Molti sembrano derivare dai segni usati in ambito mesopotamico per indicare i numerali. La sola differenza è che sulle tavolette mesopotamiche, per i numerali l’intera forma del segno viene impressa nell’argilla, usando uno stilo a punta arrotondata, mentre a Tartaria veniva tracciato soltanto il contorno del segno corrispondente.

 

 Inoltre l’illustre archeologo aggiunse che alcuni segni delle tavolette di Tartaria somigliano anche a quelli ritrovati nelle iscrizioni minoiche rinvenute nell’isola di Creta. Per la serie: non facciamoci mancare nulla, i due ricercatori, come se il panorama non è abbastanza complicato, aggiungono che

 

[…] esiste un’altra possibilità: i due popoli potrebbero avere ereditato una terza tradizione, comune a entrambi. In effetti, abbiamo trovato prove documentali a sostegno dell’ipotesi che sia i sumeri sia i popoli megalitici d’Europa abbiano subito l’influenza di una fonte comune e anteriore di registrazione simbolica. La “Tavola di Gradesnica”, trovata a Vratsa, nella Transilvania, presenta a sua volta distinte analogie con le iscrizioni megalitiche e i caratteri simbolici elamiti, e risale a un’epoca fra i 6000 e i 7000 anni fa. Un sigillo di 5500 anni fa, trovato a Karanovo, reca incisioni analoghe sia nei segni sia nella scrittura sumerica. Rudgley riassume bene la situazione: l’idea di poter attribuire all’Europa, anziché all’Asia, l’invenzione della scrittura, per la maggioranza degli studiosi è troppo strampalata perché sia accolta. Ma una volta accettata la nuova cronologia stabilita con il metodo del radiocarbonio, restava soltanto una spiegazione possibile: giacché le tavolette di Tartaria erano antecedenti rispetto alla scrittura sumera, non potevano essere una vera forma di scrittura, e la loro apparente somiglianza diventava una semplice coincidenza. Da quando le cose hanno preso questa piega … il sistema di Vinca è caduto in un relativo oblio, almeno per quanto riguarda l’impostazione teorica prevalente presso gli archeologi.



[1] Christopher Knight e Robert Lomas: La civiltà scomparsa di Uriel – Mondadori – 1999/2001 – Milano. 


[1] Le tavolette di Tǎrtǎria sono tre reperti archeologici rinvenuti a Salistea, in Romania. Esse recano incisi dei simboli che sono stati oggetto di notevoli controversie tra gli archeologi, alcuni dei quali sostengono essere trattarsi della prima forma conosciuta di scrittura al mondo. Le tavolette sono generalmente associate alla Cultura di Vinca, che all'epoca della scoperta era ritenuta dagli archeologi rumeni e serbi risalente al 2.700 a.C. Vlassa interpretò la tavoletta senza foro come una scena di caccia e le altre due come testimoni di una scrittura primitiva simile ai primi simboli utilizzati dai Sumeri. La scoperta suscitò un grande interesse nel mondo archeologico poiché i segni erano precedenti alla Lineare A, la prima scrittura minoica, la più antica conosciuta in Europa. È stato suggerito da alcuni che i simboli indichino una sorta di collegamento tra l'Europa sud-orientale e i Sumeri. Tuttavia, le successive datazioni al radiocarbonio su i reperti di Tărtăria hanno retrodatato gli oggetti al 5.500 a.C. (e quindi tutta la cultura di Vinča era più antica), lo stesso periodo dei primi insediamenti a Eridu (quest’affermazione, comunque, non è da tutti accettata per evidenti contraddizioni nella stratigrafia del sito). Se i simboli fossero, di fatto, una forma di scrittura, questa sarebbe notevolmente anteriore alla più antica scrittura sumera o egizia, divenendo, di fatto, la più antica conosciuta al mondo. Tale affermazione è tuttavia molto controversa.
               [2] Turdaș è un comune della Romania, ubicato nel distretto di Hunedoara, nella regione storica della Transilvania.
[3] Un henge è una struttura architettonica preistorica. La forma è quasi circolare o ovale disposta su un'area pianeggiante di circa 100 metri di diametro racchiusa e delimitata da una struttura in terra (earthwork) di confine che di solito comprende un fossato con un tumulo esterno. La struttura permette l'accesso all'interno tramite una, due o quattro entrate. Gli elementi interni possono includere messa in opera di portali, cerchi di pietre, recinti fatti con blocchi eretti in lunghezza (post rings), cerchi di pietre, disposizione di quattro pietre (four-stone settings), monoliti, blocchi dritti (standing posts), fosse (pits), gruppo di pietre erette (coves), allineamenti di pilastri (post alignments), allineamenti di pietre, sepolture, cumuli centrali (central mounds), e buche per pali (stakeholes). A causa delle impraticabilità difensive di un luogo cintato con un cumulo esterno e un fossato interno (piuttosto che il contrario), si ritiene che le henges avessero uno scopo rituale, piuttosto che difensivo.Ed è qui che le difficoltà crescono a dismisura. Si cerca di interpretare non tanto gli scritti ma ciò che gli stessi celano, nel tentativo che qualche indizio emerga da tali ragionamenti.


Con mio stupore però, navigando in rete, m’imbatto in “studiosi” dell’ultima ora che hanno la presunzione di conoscere la “verità” o di saper interpretare queste forme arcaiche di scritture. Una tale arroganza e presunzione, è rafforzata dal sostegno di tutti quei seguaci che, ammagliati e abbindolati, li incoraggiano. È vero che viviamo in quella parte del mondo, dove ci consideriamo liberi d’esprimere i nostri pensieri, le nostre idee, ma qui abbiamo superato il confine stesso della degenza scientifica, empirica e accademica, che viene richiesta a un ricercatore. 



Copyright © 2017 
Angelo Virgillito

venerdì 30 dicembre 2016

I SUMERI IN SICILIA

E' difficile compiere uno studio attendibile sulla preistoria della Sicilia sia per la scarsezza di riferimenti storici e quei pochi, giunti sino a noi, che non chiariscono del tutto il panorama sociale, religioso e industriale delle prime comunità che si insediarono sull'isola, sia per lo scempio e lo sciacallaggio perpetrato in questi ultimi cinquant'anni dai profanatori di tombe. La Sicilia non è soltanto il fulcro politico-militare delle super potenze, per il controllo del Mediterraneo ma, e sono in molti a sostenerlo, è considerata la custode di antichi segreti alchemici e magici, in uso alle comunità post-diluviane, quelle stesse comunità che in seguito fondarono la prima civiltà conosciuta.
A tal proposito riporto quanto scritto nel mio libro "Il tempio perduto degli Anunnaki", edizioni Cerchio della Luna, Verona, dove nel capitolo VII - Gli influssi della cultura Sumero-Akkadica,

Uno dei maggiori sostenitori dell’ipotesi mediorientale è lo studioso catanese Giuseppe Resina quando documenta le influenze culturali sulle popolazioni autoctone dell’isola siciliana. Nel suo libro influssi della civiltà Sumero-Akkadica sulla civiltà mediterranea, Resina afferma:

Quando noi sentiamo parlare della Mesopotamia, non pensiamo che un paese così lontano da noi nel tempo e nello spazio, […] possa avere influito sulla nostra civiltà di discendenti dagli altieri abitatori di Roma.

Il riferimento del Resina è implicito; contrasta l’ipotesi avanzata da alcuni studiosi, secondo i quali le prime colonizzazioni dell’isola furono di provenienza italica. E’ vero che gli storici antichi quando parlavano della Mesopotamia si riferivano soltanto a un ristretto territorio mesopotamico, compreso tra i fiumi Tigri ed Eufrate (odierno Iraq), anche se oggi si ha la tendenza ad allargare tali confini incorporando le valli degli affluenti dei due fiumi, parte dei territori della Siria orientale e del versante Sud-orientale della Turchia, com’è attendibile che la nascita dell’agricoltura impose nuove regole sedentarie agli uomini preistorici. Non tutti però si trasformarono in agricoltori; molti gruppi continuarono a mantenere vive le vecchie tradizioni, che li portavano a spostarsi spesso da un territorio all’altro. Naturalmente la tesi della provenienza italica, secondo alcuni punti di vista, potrebbe essere accettabile. Ciò che non è plausibile è la discendenza indo-europea.

Mi propongo di dimostrare, [scrive Resina nel libro, il cui testo, tra l’altro, è stato utilizzato nel corso di Assiriologia tenuto nell’Università di Catania nell’anno accademico 1964/1965] che tale opinione è errata, perché contrariamente a quanto si pensa, la nostra civiltà deriva da quella mesopotamica, o per maggiore precisione da quella Sumero-akkadica. [Il testo tra le parentesi quadre è mio].
 
La teoria di Resina si basa su due principi fondamentali: il primo è riferito al cospicuo numero di parole dialettali, la cui derivazione è prettamente di origine sumerica e akkadica; il secondo riguarda le molteplici similitudini che lo studioso ha riscontrato in frasi dialettali siciliane, che affondano il loro significato nel panorama religioso legato alle antiche divinità sumeriche.

Quante volte – continua Resina - abbiamo inteso pronunziare la frase “mintiricci aricchia” [metterci l’orecchio, partecipare] nel senso di dedicarsi con vivo interesse a un’impresa. Questa espressione si riscontra nel poema di Ishtar al Paese senza ritorno e in una cronaca del re Sennacherib [iscrizione che si trova riportata in un sigillo cilindrico ed esposto nel museo di Berlino, in Germania], in cui il re dice: alla restaurazione dei templi degli dèi è posta l’orecchia mia. Altra frase è “acqua ‘e celu” con cui i vecchi marinai indicavano la pioggia. E proprio così veniva chiamata [dalle popolazioni della regione] di Sumer la pioggia, e si scriveva con una stella, che indicava il cielo e quattro trattini verticali, che indicavano le gocce d’acqua [il corsivo è mio].

Tra i vocaboli identificati da Resina, che traggono origine o sono di derivazione sumero-akkadica, i più conosciuti sono: il carrubo che deriva da Kharubu; cazzuola da qat (mano, la cui derivazione nel dialetto siciliano in manicula, cioè piccola mano); cricchimiddu da qimmatu (termine riferito ai capelli della sommità del capo) e marranzano da muzaranu, cioè rana, il cui suono musicale richiama il gracidare delle rane nello stagno, ma anche lo stridere delle zampe dei grilli di palude. Non sono soltanto le terminologie di molte frasi o l’accostamento dei vocaboli con la lingua sumera, nel vasto panorama culturale rientra anche a piena gloria, per usare la terminologia di Resina, la legislazione del diritto.

Noi – dice Resina - ci gloriamo delle leggi delle XII tavole, che Cicerone giudicava più preziose delle biblioteche di tutti i filosofi. Ma ben dodici secoli prima, Babilonia possedeva il codice di Hammurabi e ancora, un secolo prima la città di Isin aveva il codice di Lipit-Ishtar, un altro secolo prima la città di Asnunnak aveva quello di Bilalama, altri centocinquanta anni prima la città di Ur aveva quello di Urnammu e nel 2.400 a.C. erano rinomate le riforme di Urukagina, re di Lagash.

Il riferimento di Resina ai codici e alle riforme legislative riguarda il raffronto che lo studioso fa quando mette in relazione il codice di Hammurabi[1] con quelli romani per cui, secondo il suo emerito giudizio, le XII tavole di Cicerone[2] sono una rivisitazione delle leggi sumeriche, focalizzandole su alcuni punti fondamentali:
   
[…] la condizione della donna rispetto al marito, quella dei figli rispetto al padre e quella degli schiavi rispetto al padrone. Nel campo religioso – prosegue Resina – noi dobbiamo ammirare lo zelo dei Sumeri-Akkadi, che dedicavano gran parte della loro vita al servizio degli dèi in quotidiane funzioni sacre. A loro siamo debitori di alcune concezioni, rimaste salde presso di noi: la divinità concepita con forma e passioni umane, detta poi in Grecia ‘Antropomorfismo’; il genio protettore che assiste l’uomo in ogni circostanza della vita e diviene fra i cattolici l’angelo custode; il ciclo perpetuamente ricorrente della vita e della morte; l’immortalità dell’anima; la possibilità di una resurrezione. Si formò in Mesopotamia la concezione della Mu’Alittu, cioè l’alimentatrice del genere umano, considerata dapprima come mulier fecunda che salva materialmente gli uomini dalla distruzione, mediante la procreazione e divenuta poi nel cristianesimo la Mater Divina Misericordiae, che salva spiritualmente gli uomini dalla dannazione eterna.

Non dobbiamo dimenticare che i Romani costruirono il più importante centro religioso del Medioriente sulle rovine dell’antico sito di Baalbek, in Mesopotamia, i cui resti ancora oggi affascinano turisti e studiosi di tutto il mondo. Ogni riferimento quindi, esposto da Resina, che nello studio della storia dell’Assiriologia non è l’ultimo arrivato, rafforza notevolmente la nostra tesi. La storia però racconta anche che le popolazioni della regione meridionale della Mesopotamia erano di natura bellicosa e la connivenza con altre etnie veniva spesso imposta con l’uso delle armi, mentre i re agivano sotto l’influsso divino; non dobbiamo dimenticare i forti contrasti tra il dio Marduk e Inanna e Ninurta, con la furente guerra che scaturì per il dominio su Babilonia. Sul suolo siciliano nonostante le influenze sumerico-akkadiche, sembra che esistesse una sorta di connivenza pacifica tra le diverse etnie locali, ipotesi sostenuta da molti studiosi, i quali la definiscono accondiscendente ed espressamente legata alla tradizione religiosa, che accomunava tutti i popoli preistorici del bacino del Mediterraneo orientale.

Per saperne di più: "IL TEMPIO PERDUTO DEGLI ANUNNAKI" edizioni Cerchio della Luna, Verona.  





Il libro si può acquistare richiedendolo al proprio libraio di fiducia, oppure si può ordinare online nei seguenti siti:

e in tanti altri siti specializzati.

Copyright 2016 Angelo Virgillito

Tutti i diritti riservati, nessuna parte di questo libro può essere riprodotta in alcuna forma senza l’autorizzazione dell’Editore, ad eccezione di brevi citazioni destinate alle recensioni.


[1] Il Codice di Hammurabi è una fra le più antiche raccolte di leggi conosciute nella storia dell'umanità. Venne stilato durante il regno del re babilonese Hammurabi (o Hammu-Rapi), che regnò dal 1792 al 1750 a.C., secondo la cronologia media.
[2] Le leggi delle XII tavole (duodecim tabularum leges) è un corpo di leggi compilato nel 451- 450 a.C. dai decemviri legibus scribundis, contenenti regole di diritto privato e pubblico. Rappresentano una tra le prime codificazioni scritte del diritto romano se si considerano le più antiche mores e lex regia.

lunedì 14 novembre 2016

SITCHIN E' IL MODERNO UPUAUT (apritore di vie) DELLA NUOVA SCIENZA !!!

SITCHIN/UPUAUT, è il moderno "apritore" della nuova conoscenza !!!

Vi ricordate del robottino utilizzato dall'ingegnere tedesco Rudolf Gantenbrink,e battezzato Upuaut, che tradotto dall'egiziano significa "apritore di vie". 


Ho voluto riportare alla vostra memoria questo episodio per introdurre uno concetti di base su cui si fonda la ricerca e il panorama ufologico o quello che la scienza canonica definisce pseudo scienza. Qualsiasi studio scientifico, filosofico, religioso si sviluppa seguendo una traccia di base. Faccio un esempio per meglio comprendere tale concetto. Era il 28 dicembre 1871 quando Antonio Meucci depositò presso l'Ufficio Brevetti statunitense, a Washington, il caveat n. 3335 dal titolo Sound Telegraph in cui descriveva la sua invenzione. Da quella fatidica data ad oggi, un susseguirsi di ricercatori, tecnici e ingegneri hanno trasformato quel rudimentale strumento di comunicazione in apparati Hi teck, la cui tecnologia oggi ci permette di accedere a centinaia di applicazioni in tempo reale. Ed è ciò che accade nella ricerca sulle nostre origini e il rapporto di interconnessione con quelle creature che dal cielo scesero sulla terra, alle quali i nostri avi le attribuirono poteri divini.
Uno degli assiriologi più combattuti di questi ultimi cinquantanni è senza ombra di dubbio Zecharia Sitchin. il quale con i suoi studi, traduzioni e interpretazioni delle antiche cronache sumeriche ha intrapreso una nuova strada interpretativa della genesi umana. 


Sono in molti, ma d'altronde era prevedibile, che hanno messo in discussione le sue teorie e, come succede di solito, la maggioranza di questi "studiosi" dell'ultima ora anziché comprendere e sviluppare le tematiche inerenti a questo nuovo panorama storico, ne prendono le distanze.
A questo illustre assiriologo dovremmo insignirlo di un nuovo epiteto, come era costume tra gli antichi dèi e il più indicato è proprio UPUAUT. Egli ha aperto una realtà oggettiva, storica e d’indubbio valore, ora spetta ai moderni ricercatori sviluppare e comprendere quel messaggio che un popolo vissuto 6mila anni fa ci ha lasciato in eredità. Siamo noi che dovremmo, parafrasando, trasformare quella pietra grezza in uno splendido diamante. 
Purtroppo però la scarsità di conoscenza e apertura mentale ci impedisce di avere una visione chiara del nostro passato. 
Gli Anunnaki, questa antica casta cosmica che giunse sul nostro pianeta sovvertendo gli equilibri evolutivi imposti, hanno dissacrato la natura delle cose, riducendo persino il ciclo vitale del pianeta, per adattarlo alla loro natura. Hanno infine creato una nuova razza terrestre per i loro scopi imperialistici, per poi soggiocarla e schiavizzarla, ma i nostri avi per quanto primitivi sono riusciti a raccontare la loro storia per far comprendere alle generazioni future a quale destino siamo legati. Oggi abbiamo quella maturità e conoscenze che ci permetterebbero di uscire da questo circolo vizioso, ma ritornare alla nostra vera natura e perdere tutte le false agiatezze e certezze alle quali siamo stati indotti a credere, è un'opzione inaccettabile. 


A tutte queste persone dico che non basta leggere un libro per diventare degli esperti o partecipare a una conferenza per sentirsi dei ricercatori, il panorama è talmente ampio e difficoltoso che soltanto una mente aperta e umile può percorrere. Gli alieni, non è un concetto astratto o una nuova religione, essi sono una realtà con la quale prima o poi dovremmo confrontarci e se vogliamo garantire un futuro alla nostra razza, dobbiamo renderci conto che non sono esseri pacifici ma razze bellicose il cui obbiettivo è lo sterminio della razza umana.



COPYRIGHT Novembre 2016  Angelo Virgillito

IL DOMINIO ENKITA IN SICILIA

Chi era realmente la primigenia divinità siciliana che nella seconda metà del II millennio a.C., fu soppiantata dal dio Adranòs, che secondo gli storici, in seguito divenne la massima espressione divina dell'isola?
Ogni informazione storica lascerebbe supporre che questo Adranòs era una divinità autoctona siciliana. Ciò non di meno se supportiamo l'ipotesi secondo la quale tale nome può essere fatto risalire a una divinità sumerica di nome Adad.
Adad in accadico e Ishkur in sumero, secondo le cronache lasciateci in eredità dalle popolazioni mesopotamiche tra il II e il I millennio a.C., sono i nomi del dio della pioggia e della tempesta nella mitologia mesopotamica. Il suo nome si scriveva in sumero d.IM, ritenuto il patrono di Karkara. La divinità accadica è imparentata nel nome e nelle funzioni con il dio nord-occidentale semitico Hadad. Durante l'impero babilonese, Adad fu considerato tra le divinità principali del pantheon e venne definito come figlio di Enlil. La doppia valenza degli aspetti propri del dio, la pioggia fertile e la tempesta distruttrice, è presente nel poema Atrahasis e nell'Epopea di Gilgamesh. A Babilonia e in Assiria era chiamato anche Ramman.  Era uno dei più giovani e bellicosi Anunnaki, il cui dominio comprendeva la zona dell'Anatolia, dell'Armenia, e dei monti del Tauro.


Era rappresentato come un gigante giovane e barbuto, con una scure in mano, e spesso in piedi su un toro simbolo della fazione di suo padre Enlil. Era spesso accompagnato nei sigilli da fulmini o tridenti. Il Nome ISHKUR (ISH da ISHA = Signore) - (KUR = montagna) e significherebbe "Signore delle Montagne". Questo significato sarebbe ripreso in uno dei suoi epiteti, ILU.KUR.GAL (Signore della grande montagna). Secondo un’altra analisi ISH sarebbe derivante dal termine accadico SHADDU, che significa “Montagna” e da cui deriva il nome semitico El Shaddai (Signore delle montagne) con cui veniva chiamato Yahweh in epoca Abraminica. Era chiamato anche con il vezzeggiativo Dudu.
Ishkur é sicuramente il personaggio che é servito come matrice per la nascita delle figure di Zeus e di Yahweh. Come Ishkur, anche Zeus veniva raffigurato come un gigante barbuto con in mano dei fulmini. Veniva da una zona montuosa a est (non era, infatti, una divinità greca autoctona), e il mito che riguarda l'uccisione di suo padre ricorda molto il mito hurrita in cui Ishkur uccide Kumarbi.
Per gli hurriti e gli ittiti era Teshub, e per le popolazioni semite occidentali era Adad. Viene menzionato anche nella Bibbia come Bal-Hadad. Nel regno di Urartu, in Armenia, era Teisheba, e in Siria era chiamato Tahunda. Tutte queste rappresentazioni lo vedono barbuto, con una scure e un tridente in mano.
I suoi attributi e la sua iconografia hanno una sconcertante coincidenza con quelli del peruviano Viracocha, Sitchin, infatti, sostiene che Viracocha non fosse altro che Ishkur, leader delle popolazioni mediorientali kenite, particolarmente abili nella lavorazione dei metalli. Anche Viracocha guidava una popolazione abilissima nella lavorazione dei metalli. In Africa occidentale era adorato come Xango.

     Sappiamo anche che questa divinità in Sicilia amò circondarsi di magnifici animali quali i favolosi Molossi, una razza canina i cui studi recenti ne attestano l’origine proprio nei territori dominati da questa divinità, quali l’Anatolia, l'Armenia e i monti del Tauro. Giunti a questo punto ci troviamo in presenza di indizi probanti quali l’Etna, un vulcano in costante attività, uno studio semantico e una comparazione degli stessi con le antiche lingue sumeriche e accadiche, l’improvvisa ascesa religiosa che attesta la sua massima espressione intorno al 1500 a.C. Per quanto dibattuta e da molti rigettata, sull’isola siciliana vivevano già numerosi gruppi o discendenti di quelle piccole comunità che nel 5mila a.C. si rifiutarono di abbandonare l’isola e seguire nella migrazione il grosso della comunità siciliana.
Il culto al dio Adranòs/Adad si radicò profondamente nelle comunità dei territori etnei, ma questo soltanto dopo la seconda metà del II millennio a.C. Tuttavia c’è da considerare altri fattori emersi da nuovi studi, i quali pongono l’area etnea a una rivalutazione dei fatti avvenuti prima, durante e dopo tale periodo, per meglio comprendere gli aspetti storico-religiosi delle comunità etnee e quali dèi li guidavano. Uno di questi fattori posti alla base di questa nuova teoria è legato a ciò che da sempre gli storici sia del passato sia quelli odierni, hanno sostenuto su uno dei templi più importanti presenti in Sicilia e dedicato alla Grande Madre. Il tempio non è stato ancora individuato e, chi sa se le sue spoglie architettoniche rivedranno mai la luce, ciò non di meno, tutti concordano della sua esistenza tanto che nei pressi di tale tempio nacquero delle città. 

Del sito originale nonostante gli sforzi, si sono perse le vestigia, ma la tradizione antica colloca il suo culto nella Valle, dove le copiose e impetuose acque del Simeto ancora oggi, si rotolano fino al mare. Una di queste Tucidide la localizza tra Centuripa (antico nome della città di Centuripe) e Hibla Major, nei pressi dell'odierna Paternò.  Altre fonti antiche indicano la posizione della città a metà strada tra Catania e Centuripe o addirittura tra Catania e Termini Imerese. L’Itinerario Antonino la pone a 12 millia passuum (circa 17,7 km) da Catania e a 18 da Centuripe (circa 26,6 km). Strabone, nella sua Geografia, la colloca invece a 80 stadii da Catania (circa 14,8 km). 


Secondo alcuni la sede sarebbe probabilmente da localizzare nei territori degli attuali comuni di Santa Maria di Licodia e Paternò, forse sul Poggio Cocola (contrada Poira), presso il corso del fiume Simeto. Eppure i riferimenti alla Grande madre e nello specifico alla dea Hibla sono molteplici. La dea Hibla o Iblea, secondo l’ortodossia classica siciliana, è una divinità femminile sicula il cui culto era predominante sul versante orientale dell’isola e menzionata nella sua opera Viaggi in Grecia da Pausania il Periegeta, il quale sostiene che Hibla fosse una divinità di origine sicana e in un secondo momento fu introdotta nel  pantheon siculo.
Pausania afferma l'esistenza di un tempio, nella Ibla che egli chiama la Gereatis, dedicato a una dea Iblea venerata dai popoli barbari di Sicilia, ma poiché egli tace il nome di questa divinità, tutti i derivati odierni, come l'appellativo di «dea Ibla», rimangono pure congetture. Inoltre, la citazione di una città di nome Ibla nell'anonimo Pervigilium Veneris evidenzia come tale divinità fosse sovente identificata con la stessa dea Venere/Afrodite, due epiteti divini per indicare la stessa divinità.


Sicuramente, dati gli studi sul materiale archeologico riscontrato nei siti siculi o greco-siculi, il popolo dei monti Iblei aveva una particolare devozione per i culti potniaci, cioè quelli incentrati sulle divinità della terra, in particolare la Grande Madre. Infatti, proprio a Megara Hiblaea è stata rinvenuta una statua della Grande Madre che allatta due gemelli, divinità che potrebbe essere identificata con la dea Iblea nominata da Pausania. Lo confermerebbe il toponimo della città di Megara, cui è aggiunto l'aggettivo greco "Hyblaia", che potrebbe significare "della dea Hybla". Molti storici sono concordi nell'affermare che anche il nome di Hibla Heraria deriva dalla dea Hybla. S’ipotizza dunque che fosse una divinità della fertilità, protettrice dei campi e della coltivazione dei cereali, che in epoca romana divenne la dea Cerere.
A questo punto emerge un nuovo dato che non solo ci riporta al periodo sumerico ma addirittura a un dio enkita in contrapposizione ad Adranòs/Adad, cioè Nergal. Ciò che sappiamo di questo dio è il risultato di recenti studi, infatti, nella mitologia mesopotamica Nergal (o Nerigal Signore della grande città) sposo di Ereshkigal, la regina degli inferi e a seconda dei testi sumeri è considerato figlio di Enki e Damkina. È il dio del calore solare, del fuoco, delle inondazioni e delle pestilenze.


Il poema assiro-babilonese in lingua accadica, chiamato dagli studiosi Nergal e Ereshkigal, ci è pervenuto frammentario ed in tre versioni: versione di Tell el-Amarna, versione di Sultantepe ed Uruk; la prima differisce abbastanza delle ultime che fanno pensare ad un'unica versione solo lievemente variata, nonostante ciò queste piccole differenze hanno aiutato gli studiosi nell'interpretazione del testo.
Ma per meglio comprendere tale figura dobbiamo prima capire come si è evoluta tale divinità, che oggi la ritroviamo nei testi mitologici della valle del Simeto. La storia dunque, raccontata da queste tavolette ci narra di come Nergal assurse al ruolo di re degli inferi. Gli dei celesti decisero di dare un banchetto ma non potendo loro scendere nei domini di Ereshkigal (l'irkalla, cioè gli inferi) né essa salire nel cielo, dominio di Anu, venne invitato il suo araldo Namtar per rappresentarla. Al giungere di questi tutti gli dei si alzarono per porgere i propri rispetti tranne Nergal. La regina degli inferi, venuta a sapere dell'onta subita, condannerà a morte Nergal. Questi, secondo la versione di Tell El Amarna, venne aiutato da Ea che gli darà in scorta sette e sette guardiani. Essi apriranno le porte degli inferi che, come documentano altri testi, sono in grado di far perdere i poteri agli dei e gli permetteranno di sottomettere Ereshkigal. Essa gli si offrirà come sposa che lui accetterà felice.


Mentre secondo le altre versioni sarà Erra, dio della peste e gemello di Nergal, a scendere negli inferi e sposare Ereshkigal. Tale figura è ancora dibattuta e considerata un doppio, un gemello oppure come la natura stessa duale di Nergal. Figure simili possono essere considerate: quella di Eracle figlio umano di Zeus che diviene dio ma la cui ombra dimora negli inferi, quelle dei dioscuri Castore (mortale) e Polluce (immortale) cui Zeus concesse, affinché potessero rimanere insieme, di dimorare metà tempo negli inferi e metà sull'Olimpo. Un santuario dedicato a Nergal fu scoperto negli anni settanta a Mashkan-shapir, sito archeologico a sud di Bagadad.
Se alcuni autori riportano che i Diòscuri nacquero da Zeus e Leda, altri affermano che i due gemelli avrebbero avuto origine da Tindaro, re di Sparta, avendo come sorella Elena, oggetto della contesa a Troia. Altri ancora raccontano che solamente Polluce e la sorella Elena fossero figli di Zeus, e dunque immortali; Castore sarebbe stato dunque figlio di Tindaro e destinato alla morte. Castore e Polluce furono due degli Argonauti, gli eroi che parteciparono alla ricerca del Vello d’oro: Polluce – già celebrato come grande pugile – sconfisse in una gara di questa disciplina il re dei Bebrici, Amico. Poco tempo dopo i gemelli diedero vita alla città eponima di Dioscuria, collocata secondo il mito in Colchide. Successivamente avrebbero fondato anche una città nel Lazio: Amyclae.
Inoltre presero parte alla lotta contro Teseo, che aveva rapito la loro sorella Elena nascondendola ad Afidna; dopo quest'ultimo combattimento Zeus concesse loro l'immortalità. Si narra inoltre che presero parte alla Battaglia della Sagra tra le file dei locresi e dei reggini (Locri Epizephiri e Rhegion) in battaglia contro i crotonesi (Crotone). Tuttavia il racconto dei Dioscuri ci riporta alla mente la mitologica storia dei Palici. 

I Palìci (in greco antico: Παλικοί, Palikoi; palìco al singolare) sono una coppia di divinità ctonie sicule della mitologia romana e in minore estensione nella mitologia greca. Sono menzionati nelle Metamorfosi di Ovidio e nell'Eneide di Virgilio (quest'ultimo parla sia di un tempio nei pressi del fiume Simeto dedicato ai Palici, sia del vicino bosco di Marte dove il siculo Arcente addestrò nelle armi il figlio).


Il loro culto è incentrato attorno a due piccoli laghi che emettevano vapori sulfurei nelle vicinanze di Palagonia, altro centro della provincia di Catania, ed erano associati ai geyser e al mondo sotterraneo. Accanto ai laghetti esisteva il santuario dedicato ai Palici, dove fu fondata la città sicula di Palikè. Nel santuario si esercitavano il giuramento ordalico, l'oracolo e l'asilo. Il giuramento avveniva attorno alle cavità da cui sgorgavano getti d'acqua. Ivi si poteva stabilire un contatto con la divinità a condizione che il chiamato in giudizio rispettasse un rituale. Il giurante si avvicinava alle cavità e pronunciava la formula del giuramento, iscritta su una tavoletta, che veniva gettata in acqua, se questa non galleggiava l'uomo veniva ritenuto spergiuro e punito con la morte o la cecità. L'oracolo indicava la divinità e il tipo di sacrificio necessario ad ottenere il favore. All'interno del santuario potevano trovare rifugio gli schiavi maltrattati da padroni crudeli. Questi ultimi non potevano portar via con la forza i loro servi, se non dopo aver garantito con un giuramento ai Palici di trattarli umanamente.


L'origine della mitologia non è certa; una leggenda fa i Palici figli Zeus, o probabilmente di Efesto, con la ninfa Etna o Talia, ma altri affermano che i Palici erano figli del dio siculo Adranòs. Il culto, oltre a quello del dio Adranos, è collegato con quello della dea Iblea. Il mito dei Palici è raccontato nelle Etnee di Eschilo di cui rimangono pochi frammenti.
Una storia lunga oltre due millenni dove si sono avvicendati epiteti e divinità, le cui difficoltà oggettive non sono interfacciate le une con le altre, perché le trasposizioni avvenute con le colonizzazioni che si sono susseguite tra il II e il I millennio a.C. hanno oscurato ogni aspetto religioso, culturale e semantico sulla natura degli dèi primigeni adorati dalle popolazioni orientali della Sicilia.
Ciò non di meno alla luce di tutte queste informazioni cautamente, possiamo ipotizzare l’idea secondo la quale il versante orientale della Sicilia durante la guerra tra gli dèi Anunnaki, avvenuta a cavallo del II millennio a.C., era di dominio Enkita, la cui gestione del territorio fu affidata a Nergal, il quale fu scacciato dall’irruento Adad, signore della guerra nonché figlio di Enlil. E da allora e fino a oggi, tale territorio è rimasto sotto la guida Enlelita. A suffragio di quest’ultima affermazione troviamo tutta una serie di simbolismi e riferimenti esoterici e massonici che ne confermerebbero la plausibilità, ma questa è un altro aspetto della vicenda.

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