domenica 6 agosto 2017

#UFO o #STARGATE, OPPURE UN SEMPLICE #RIFLESSO #FOTOGRAFICO ?

     A volte capita di sentirsi spinti verso un desiderio irrefrenabile che permea le nostre menti ed è soltanto dando libero sfogo a quel desiderio che riusciamo ad appagare i nostri sensi. 
     Ed è ciò che mi è successo questa sera. Era quasi mezzanotte e stavo guardando il cielo, quando ho avvertito il desiderio di scattare qualche foto. Ho resistito per circa 15 minuti, con il caldo che in questi giorni ci sta sfiancando, non avevo nessuna voglia di muovermi. 
   Tuttavia più guardavo il cielo stellato, più cresceva in me il desiderio di scattare qualche foto in direzione di quel particolare settore della volta celeste. Alla fine sono andato a prendere la macchina fotografica e ho fatto alcune foto. Alcune sono venute troppo scure, altre mosse ma quella che vi propongo è veramente inquietante.



SECONDO VOI COS'E' ??? 
Potrebbe trattarsi di un portale dimensionale, oppure di un OVNI accompagnato da una delle tante sfere luminose che ormai vengono avvistate in tutti i cieli del pianeta?  


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a norma di legge

© Agosto 2017 

Angelo Virgillito

venerdì 4 agosto 2017

KA TAN LA TERRA DEGLI ANTICHI DEI/ANUNNAKI: KA IL CONCETTO DIVINO DELLA SPIRITUALITA'

KA TAN LA TERRA DEGLI ANTICHI DEI/ANUNNAKI: KA IL CONCETTO DIVINO DELLA SPIRITUALITA': Molto spesso durante la spasmodica ricerca d'informazioni siamo costretti a spaziare su panorami che, a prima vista, sembrano distanti...

KA IL CONCETTO DIVINO DELLA SPIRITUALITA'

Molto spesso durante la spasmodica ricerca d'informazioni siamo costretti a spaziare su panorami che, a prima vista, sembrano distanti anni luce, vuoi per cultura, vuoi per tutti quegli aspetti religiosi che influenzano la sfera umana, poi, però, ci si rende conto che ogni cosa è collegata e riconducibile a un'unica realtà storica. Ciò che unisce i popoli della terra oltre alle molteplici tradizioni, sociali, religiose e industriali, è la sintamantica linguistica. E si resta stupiti quando scopriamo che le antiche comunità di nativi siciliani, che per inciso, gli studiosi considerano primitivi, hanno delle prerompenti connessioni non solo con i popoli mediorientali ma anche con le civiltà orientali che si svilupparono, a partire dal IV millennio a.C. in tutto l'Oriente conosciuto. Una delle sillabe che nel corso della nostra ricerca abbiamo trovato nell'antico linguaggio dialettale siciliana è KA. A prima vista tale sincope appare semplice, poi, però ci rendiamo conto della sua complessità sia da un punto di vista mistico sia esoterico. Ma andiamo per ordine.

 Nella cultura religiosa degli antichi egizi, ad esempio, il concetto di religione non era conosciuto; quindi tutto ciò che abbiamo riportato sopra, nella terra delle piramidi e dei faraoni, non avrebbe nessun senso. Scrive Robert Bauval[1] nel suo libro La camera segreta:

[…] gli antichi egizi non avevano un concetto di religione come tale e, di fatto, nel linguaggio geroglifico non esiste una parola che possa tradursi con - religione -. Dal punto di vista egizio - ha scritto l’eminente filologo A. H. Gardiner - […] possiamo dire che non esiste niente di definibile come ‘religione’, c’era solo He-ka (l’essenza vitale degli dèi), il cui sinonimo più vicino nella nostra lingua è - potere magico –).



Il simbolo di tale essenza, dagli studiosi viene solitamente tradotto come "anima" o "spirito", ed entrava nel mondo dell'esistenza umana quando qualcuno nasceva. Si credeva, infatti, che il dio Khnum, dalla testa di ariete, avesse realizzato il suo Ka su un tornio da vasaio partorendo delle persone. La tradizione egizia racconta che, quando qualcuno moriva, incontrava il proprio ka, perché il Ka in alcune persone continuava a vivere anche dopo la morte, ecco perché, spiegano gli egittologi, i parenti del defunto lasciavano offerte di cibo nelle tombe
In ogni caso esistono dei vincoli esoterici che influiscono sugli stessi concetti mistici di ogni singola rappresentazione mentale del pensiero religioso e gli antichi sacerdoti egizi lo esprimevano utilizzando proprio la magia o il potere magico, che ha influito e non poco sulla cultura occidentale e non a caso hanno una stretta interazione con i culti siciliani. La storia però di questa semplice sillaba sembra che non abbia confini.
Spingendo la nostra ricerca in un contesto globalizzato, interessando le culture orientali, scopriamo che gli aspetti religiosi della nostra particella permeano anche la sfera religiosa delle antiche popolazioni della valle dell’Indo. Infatti, la nostra sillaba (in lingua devanāgarῑ[2]: ) è un pronome interrogativo di origine sanscrita, traducibile in "Chi?" o in "Che cosa? Ma essa è anche un sostantivo maschile che si accompagna al nome di Prajāpati, considerata la "divinità/principio cosmogonico", posta al centro delle riflessioni dei Brāhmana[3] e riconducibile al tardo vedico. Il termine Ka è utilizzato comunemente dalle popolazioni indiane per indicare anche il 121° sùkta (cioè l’"inno", lett. "ben detto") del decimo maṇḍala del Rgveda.[4]





A tal proposito riporto quanto scrisse Fida M. Hassnain,[5] nel suo libro “Sulle tracce di Gesù l’Esseno”, e l’utilizzo che i monaci casmiti fanno a proposito della nostra particella:

[…] sempre in Kashmir, dichiara Hassnain, sarebbero custodite due importanti reliquie appartenute a Mosè: […] una è nota come Assa-i-Mosa, in altre parole il bastone di Mosè, e l’altra è la Ka Ka Pal, in altre parole la pietra di Mosè. Ad Aish-Muqam in Kashmir, sull’alto sperone di una collina, vi è la tomba di Zain Rishi, dov’è conservato, tra le altre reliquie, il bastone, Assa-i-Mosa. Questo bastone di legno viene esposto al pubblico in periodi di calamità, quali inondazioni o epidemie. Alcuni studiosi hanno associato Aish-Muqam con Issa, in altre parole Gesù, e ritengono quindi che questo bastone sia appartenuto a Gesù. In un’opera persiana, il Rishi Namah, in altre parole “il libro che riguarda le tombe dei Rishi (Santi)”, si dice che Issa (Gesù) abbia visitato questo luogo. L’altra reliquia è il Ka Ka Pal, in altre parole la pietra di Mosè, che si trova nel recinto del tempio di Shiva a Bijbehara [n.d.a. o Bijbiara, Vejibyor, oggi è una città dell’India di 19.703 abitanti, situata nel distretto di Anantnag, nello stato federato del Iammu e Kashmir...] […] nel voler verificare la leggenda secondo la quale il Ka Ka Pal può essere sollevato da terra con undici dita. Il custode chiamò undici persone, chiedendo a ognuno di noi di mettere un dito sulla pietra e di recitare le parole “Ka Ka Ka”; seguimmo le sue istruzioni e, con nostra sorpresa, la pietra si sollevò a novanta centimetri da terra. Riprovammo con dieci dita, ma la pietra ovale, che pesa circa 40 chili, non si sollevò. KAh significa “undici” in Kashmir e Kaka significa “persona onorata”, e può riferirsi a Mosè.

E’ sicuramente un episodio molto emozionante, quello raccontato da Fida M. Hassnain e potrebbe anche essere motivo di studio da parte degli esegeti biblici in merito alla figura di Mosè, ma noi sappiamo che i testi sacri indiani sono stati per generazioni tramandati oralmente prima d’essere trascritti, di conseguenza il rituale fatto compiere a undici neofiti, facendogli recitare la formula Ka Ka Ka, lascia supporre che il suo significato mistico, che non è stato mai rivelato, rientrerebbe nel contesto ritualistico e risalente al tempo della presenza degli dèi sulla Terra.
 I risultati, in definitiva, sono così evidenti che si può ipotizzare che: il significato della nostra particella Ka è stata il cardine linguistico di ogni aspetto cosmologico e religioso di tutte le popolazioni euroasiatiche, profondamente legato al concetto divino di ciò che al giorno d’oggi, con il termine Dio, identifichiamo la spiritualità suprema.



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 © 2017 Copyright Angelo Virgillito




[1] Robert Bauval (Alessandria d’Egitto, 5 marzo 1948) è un saggista e ingegnere britannico. Appassionato di egittologia e buon conoscitore del periodo denominato Antico Regno, deve la sua notorietà a un libro, “Il mistero di Orione”, edito nel 1994 e scritto con Adrian Gilbert. Questo best seller cerca di dimostrare che le tre principali piramidi della piana di Giza sono accuratamente allineate come le stelle che formano la "cintura" della costellazione di Orione. La realizzazione dei tre enormi monumenti sepolcrali rientrerebbero in un grande e articolato progetto fatto realizzare dai faraoni nel corso del tempo. Nel libro i due autori, studiando in particolare la piramide di Cheope, formulano anche l'ipotesi che gli antichi egizi conoscessero bene il fenomeno astronomico chiamata precessione degli equinozi.
[2] Devanāgarī, in sanscrito: lett. Scrittura della Città divina), detto anche Nāgarī, è un alfasillabario ("abugida") usato in diverse lingue dell’India (sanscrito, hindi, marathi, kashmiri, sindhi, nepalese). È una scrittura sillabica dove ogni lettera contiene già una vocale inerente schwa, che può essere modificata in altre vocali tramite l'utilizzo di segni diacritici che precedono, succedono o sottostanno alla lettera principale. L'alfabeto bengalese e il suo funzionamento deriva dal Devanagari.
[3] Il brahmano, detto anche bramino o bramano, più raramente bracmano (devanāgarῑ: IAST brāhmaṇa), è un membro della casta sacerdotale del Varṇaśrama dharma o Varṇa vyavastha, la tradizionale divisione in quattro caste (varna) della società induista. Il termine italiano "brahmano" deriva dal latino brachmani (o bragmani), a sua volta ripreso dal greco brakhmânes che adatta in quella lingua il termine sanscrito vedico brāhmaṇa. I brahmani rappresentano la casta sacerdotale e costituiscono la prima delle quattro caste: a loro spetta la celebrazione dei rituali religiosi più significativi.
[4] Il Ṛgveda (devanāgarῑ: ऋग्वेद) è una delle quattro suddivisioni canoniche dei Veda. Il nome può essere reso con “Inni dei Veda” o “Inni della Conoscenza”, essendo il sostantivo ṛgveda composto da ṛc ("inni" o "strofe"), e veda ("sapienza" o "conoscenza"): il riferimento è ai versi recitati durante le cerimonie, (differenti dai sāman, versi cantati).
[5] Fida M. Hassnain è nato nel 1924 a Srinagar, in Kashmir. I suoi genitori erano insegnanti, e suo padre aveva combattuto nell’esercito anglo-indiano nella guerra boera del 1902. Fida Hassnain si è laureato presso l’università del Punjab e presso l’università Mussulmana di Aligar, diventando avvocato. AL momento della spartizione dell’India è venuta meno la sua fiducia nella legge, e dopo un periodo in cui si è dedicato al lavoro nel campo sociale e ai suoi studi creativi, è diventato lettore del S. P. College a Srinagar. In seguito ha vinto la cattedra di Storia e Ricerca. Nel 1954 è diventato direttore degli Archivi Statali del Kashmir e dei musei di ricerca Archeologica, dove ha continuato a lavorare fino al pensionamento nel 1983.

martedì 18 luglio 2017

KA TAN LA TERRA DEGLI ANTICHI DEI/ANUNNAKI: LE ORIGINI DELLE PRIME COMUNITA' SICILIANE!

KA TAN LA TERRA DEGLI ANTICHI DEI/ANUNNAKI: LE ORIGINI DELLE PRIME COMUNITA' SICILIANE!: Quello che segue è una prima bozza di uno dei primi capitoli del mio ultimo libro (ancora in fase di stesura) dal titolo: "KATAN - L&...

KA TAN LA TERRA DEGLI ANTICHI DEI/ANUNNAKI: 'U zu Carmelu e gli #UFO !

KA TAN LA TERRA DEGLI ANTICHI DEI/ANUNNAKI: 'U zu Carmelu e gli #UFO !: Dal romanzo di Angelo Virgillito, dal titolo "Il Custode":  Ammantato da quell’immagine e sovrastato da mille pensieri non s...

'U zu Carmelu e gli #UFO !

Dal romanzo di Angelo Virgillito, dal titolo "Il Custode":

 Ammantato da quell’immagine e sovrastato da mille pensieri non si accorse che nel frattempo al suo fianco era giunto u zu Carmelu, membro del Consiglio degli anziani, che intuì la confusione mentale di Alfredo e, dopo qualche minuto: Alfredo! Esclamò l’anziano signore. Alfredo ebbe un sussulto e nel girarsi quasi cadeva. U zu Carmelu lo afferrò per un braccio e sorridendo disse: hei, mica sono il diavolo! Alfredo si giustificò dicendo che era soprapensiero e che non si era accorto dell’amico. Dopo i soliti convenevoli u zu Carmelu[1], con tono serio disse: ti voglio recitare una mia poesia, che scrissi in dialetto molto tempo fa, dal titolo un po’ bizzarro: “Ufo”


ANSU Italia      - Questa immagine proviene dal sito: http://www.ansuitalia.it/Portale/articoli/40-avvistamenti/839-ufo-sullo-stretto-di-messina-il-15-agosto-2013.html


Si parra sempre di strani avvistamenti,
di strani uggetti, di dischi vulanti.
Dicinu puru certi cristiani,
che hanu parrato ccu li marziani.
(trad. Ita. – Si parla sempre di strani avvistamenti,

di strani oggetti, di dischi volanti.
Molte persone dicono pure,
che hanno parlato con i marziani.)

Sti uggetti catanti hanu avvistatu,
corcuno l’ha macari futugrafatu.
Tanti finomini cisù da virificari,
e nuddu si li sapi spiegari.
(trad. Ita. - Questi oggetti che in tanti hanno avvistato,
qualcuno li ha pure fotografati.
Tanti fenomeni ci sono da verificare,
e nessuno li sa spiegare.)



Ma li misteri cchiù stupefacenti,

ca s’hanu vistu macari di ricenti
sunu ddi cerchi d’accussi pirfetti
ca parinu addisignati d’architetti.
(trad. Ita - Ma i misteri più stupefacenti,
che sono stati avvistati anche di recente,
sono quei cerchi di acciaio perfetti,
che sembrano disegnati da architetti.)







Tanti cristiani hanu cuntatu,
cca cu l’ixtraterrestri hanu parratu.
E, internos, s’hanu fattu cunfidari,
ca è na vita ca ni venunu a visitari.
(trad. Ita - Tante persone hanno raccontato,
che con gli extraterrestri hanno parlato,
e in segreto ci hanno anche confidato,
che da sempre visitano la terra.)






Ma ogni vota ca hanu attirratu,
spaventati si n’hanu turnatu.
Pinsavinu ca avissimu migliuratu,
inveci cchiù brutturi hanu truvatu.
(trad. Ita - Ma ogni volta che sono atterrati,
spaventati se ne sono andati.
Pensavano che ci fossimo evoluti,
invece più brutture hanno trovato.)

Hanu vistu guerri continuamenti,
stragi di poviri ‘nnuccenti.
Di guvirnanti latri e fitenti,
di cu pussedi tuttu e di autri nenti.
(trad. Ita. - Hanno visto continue guerre e
stragi di tanti poveri innocenti.
Di governanti ladri e puzzolenti,
e di chi possiede tutto e altri niente!)

Hanu scupertu, allarmati e imputenti,
li malatii e la miseria di certi continenti.

Unni li picciriddi mangiari nun’hannu nenti,
e murinu a mighiara giurnalmenti.
(trad. Ita. - Hanno scoperto, allarmati e impotenti,
molti malati e la miseria in certi continenti.
Dove i bambini non hanno nulla da mangiare,
e a migliaia muoiono giornalmente.)








Dissuru: lu pianeta Terra è veramenti bellu,
picchì l’umani cumminati stu macellu?
Nuatri ci turnassimu festanti e lesti,
a pattu però, ca vi cunsassivu li testi!
 (trad. Ita. - Hanno detto che il pianeta terra è veramente bello,
perché gli umani hanno combinato questo macello?
Noi verremmo volentieri, in allegria e festosità,
a patto pero’ che cambiaste atteggiamento!)


Si canciati rigistru, nun sulu turnamu,
ma ‘nta li nostri pianeti vi invitamu.

La nostra amicizia tutta vi la damu,
ma attualmente, di vuatri ni scandamu.
(trad. Ita. - Se cambiate sistema di vita, non soltanto torniamo,
ma sui nostri pianeti vi inviteremmo,
la nostra amicizia sarà incondizionata,
ma al momento di voi abbiamo paura.





Copyright Angelo Virgillito

[1] Nello Sciuto, poeta dialettale siciliano, autore dell’omonima poesia “Ufo”. 

sabato 15 luglio 2017

LE ORIGINI DELLE PRIME COMUNITA' SICILIANE!

Quello che segue è una prima bozza di uno dei primi capitoli del mio ultimo libro (ancora in fase di stesura) dal titolo: "KATAN - L'EDEN ETNEO DEGLI ANUNNAKI!" 
[...] Sappiamo, dai ritrovamenti archeologici, che l’uomo preistorico era in continuo movimento. Lo studio su questi preziosi reperti anatomici ha permesso ai moderni antropologi di tracciare una mappa più o meno accurata dei suoi spostamenti. Dall’Africa, culla della sua prima comparsa, l’uomo, ha colonizzato tutte le terre emerse, seguendo un particolare percorso. In molti casi si è spinto così lontano da isolarsi dal resto delle altre comunità, perdendo ogni contatto, gli usi e i costumi, e creandone di nuovi. Eppure c’è un simbolo che rileva la stessa origine umana: la spirale aurea. Un simbolo esplicitamente esoterico, la cui alchimia risale alle origini stesse dell’uomo.
          


          È pur vero che le lingue parlate nelle loro complesse strutture semantiche sono riconducibili a due ceppi specifici: il semitico e l’indoeuropeo, com’è vero che ancora oggi esistono stralci proto-linguistici che gli studiosi non sono stati in grado di decifrare, come gli ideogrammi, incisi su alcune pietre calcaree, riconducibili al popolo della ceramica a solchi. Per quanto la storia di questa comunità sia avvolta nel mistero, alcune prove dimostrano una stretta correlazione sociologica con tutte gli altri gruppi umani presenti nell’area Euro-asiatica. Una tra le tante è il metodo di sepoltura utilizzato dal popolo della ceramica a solchi, durante l’età del bronzo, da tutti i popoli euro-asiatici: Campi d’Urne. La cultura dei campi di urne è una cultura della tarda età del bronzo (XIII - metà dell'VIII secolo a.C.), sviluppatasi nell'Europa centrale e diffusasi in tutti i territori europei, compresa la Sicilia, dove scavi archeologici ne attestano la presenza nel tardo età del bronzo. Questa cultura seguì quella dei tumuli (media età del bronzo) e precedette la cultura di Hallstatt (età del ferro).[1]
In seguito fu definita dallo studioso di preistoria Ernst Wagner, che individuò simili caratteristiche presenti in diverse culture regionali contemporanee, per altri versi piuttosto differenziate. La caratteristica principale, dalla quale la cultura prese il nome, venne individuata nell'introduzione del rito funerario della cremazione, al posto della precedente inumazione e dalla sepoltura dei resti cremati in urne. Probabilmente l'introduzione e la diffusione progressiva di nuove credenze religiose comportarono un cambiamento degli usi funerari.

Un tipico tumulo

La varietà dei gruppi regionali appartenenti a questa cultura permette di escludere la presenza di un'uniformità etnica. Marija Gimbutas collegava i diversi gruppi regionali centroeuropei ad altrettante proto-popolazioni: proto-Celti, proto-Italici, Veneti, proto-Illiri e proto-Frigi (nonché proto-Traci e proto-Dori), che si stabiliranno successivamente, attraverso delle migrazioni, nelle loro sedi storiche. Questa migrazione (contestata da alcuni) avvenne durante il periodo denominato collasso dell’età del bronzo e fu forse propiziata da cambiamenti climatici. Molte comunità di contadini-allevatori, supportate da capi-guerrieri, introdussero in varie regioni dell'Ovest e del Sud Europa il nuovo rito della cremazione, nuovi stili ceramici e la diffusione di oggetti metallici in larga scala nonché una nuova religione e le lingue indoeuropee.
Le testimonianze che supportano la diffusione della medesima sintamantica linguistica e le strette connessioni culturali che hanno legato tutte le popolazioni europee, anche se la maggioranza degli studiosi sono in netto disaccordo, sono emerse dal rinvenimento di alcune tavolette. Il rinvenimento di tali tavolette, in seguito denominate come le Tavolette di Tartaria,[2] dalla località presso Turdas,[3] in Transilvania, furono rinvenute, sulle quali gli archeologi trovarono delle incisioni. Tali reperti di graffite argillosa, inizialmente furono datate intorno al 4.000 a.C., i cui simboli raffigurati furono simili a quelle rinvenute nelle pietre megalitiche nei vari henges[4] inglesi. La disputa accademica che ne scaturì ancora oggi è accesissima. Nel 1962 l’archeologo Sinclair Hood, direttore della British School of Archaeology di Atene, scrisse un articolo, parte del quale è stato riportato da due ricercatori internazionali, Christopher Knight e Robert Lomas, i quali, nel loro libro La civiltà scomparsa di Uriel,[5] hanno scritto:

I segni riportati sulle tavolette di Tartaria, soprattutto quelli sul disco n.2, sono così affini a quelli delle più antiche tavolette di Uruk … da farci ritenere quasi con certezza che esista una relazione fra i due tipi. Molti sembrano derivare dai segni usati in ambito mesopotamico per indicare i numerali. La sola differenza è che sulle tavolette mesopotamiche, per i numerali l’intera forma del segno fu impressa nell’argilla, usando uno stilo a punta arrotondata, mentre a Tartaria era tracciato soltanto il contorno del segno corrispondente.




Inoltre, Nicolae Vlassa, l’illustre archeologo rumeno, dopo il recupero di circa sessantadue reperti, i primi di una lunga serie, avvenuto nel 1961, nei pressi del distretto di Alba, oggi ricadente nel comune di Sălistea in Romania, regione storica della Transilvania, aggiunse che alcuni segni delle tavolette di Tartaria somigliano anche a quelli ritrovati nelle iscrizioni minoiche rinvenute nell’isola di Creta. Per la serie: non facciamoci mancare nulla, i due ricercatori, Knight e Lomas, come se il panorama non è abbastanza complicato, aggiungono che

esiste un’altra possibilità: i due popoli potrebbero avere ereditato una terza tradizione, comune a entrambi. In effetti, abbiamo trovato prove documentali a sostegno dell’ipotesi che sia i sumeri sia i popoli megalitici d’Europa abbiano subito l’influenza di una fonte comune e anteriore di registrazione simbolica. La “Tavola di Gradesnica”, trovata a Vratsa, nella Transilvania, presenta a sua volta distinte analogie con le iscrizioni megalitiche e i caratteri simbolici elamiti, e risale a un’epoca fra i 6000 e i 7000 anni fa. Un sigillo di 5500 anni fa, trovato a Karanovo, reca incisioni analoghe sia nei segni sia nella scrittura sumerica. Rudgley riassume bene la situazione: l’idea di poter attribuire all’Europa, anziché all’Asia, l’invenzione della scrittura, per la maggioranza degli studiosi è troppo strampalata perché sia accolta. Una volta accettata la nuova cronologia stabilita con il metodo del radiocarbonio, restava soltanto una spiegazione possibile: giacché le tavolette di Tartaria erano antecedenti rispetto alla scrittura sumera, di conseguenza non poteva essere una vera forma di scrittura, e la loro apparente somiglianza diventava una semplice coincidenza. Da quando le cose hanno preso questa piega … il sistema di Vinca è caduto in un relativo oblio, almeno per quanto riguarda l’impostazione teorica prevalente presso gli archeologi.

Se la datazione al radio-carbonio pone le tavolette di Tartaria, le quali recano incisi dei simboli che sono state oggetto di notevoli controversie tra gli archeologi, alcuni dei quali sostengono che trattasi della prima forma conosciuta di scrittura al mondo e fatta risalire intorno al 5.500 a.C., quindi antecedenti alla comparsa della civiltà sumera e, se essa rappresenta o ritrarrebbe, la più antica scrittura apparsa sul pianeta, potrebbero queste incisioni avere delle correlazioni con il sito di Göbekli Tepe,[6] situato a circa 18 km a nordest dalla città di Sanliurfa, nell’odierna Turchia, presso il confine con la Siria e datato intorno al 9.000 a.C.?
Il sito di Göbekli Tepe sarebbe stato abitato fino all'8.000 a.C., in seguito, per cause ancora sconosciute, fu deliberatamente abbandonato e volontariamente seppellito con terra portata dall'uomo. Perché? Chi era questa comunità che realizzò con tale maestria il complesso archeologico di Göbekli Tepe, per poi abbandonarlo? Le comunità della“cultura di Vinča potrebbero essere i discendenti di quella società che nei millenni successivi si è dispersa lungo tutto l’arco dei Balcani, in particolare in Grecia, Bulgaria, Romania, Ungheria orientale, Moldavia e Ucraina meridionale?



Ed è qui che le difficoltà crescono a dismisura. Si cerca di interpretare non tanto gli scritti ma ciò che gli stessi celano, nel tentativo che qualche indizio emerga da tali ragionamenti. Con mio stupore però, navigando in rete, m’imbatto in “studiosi” dell’ultima ora che hanno la presunzione di conoscere la “verità” o di saper interpretare queste forme arcaiche di scritture. Una tale arroganza e presunzione, è rafforzata dal sostegno di tutti quei seguaci che, ammagliati e abbindolati, li incoraggiano. È vero che viviamo in quella parte del mondo, dove ci consideriamo liberi d’esprimere i nostri pensieri, le nostre idee, ma qui abbiamo superato il confine stesso della degenza scientifica, empirica e accademica, che è richiesto a un ricercatore serio.
Indagare, dunque, sulla storia del nostro passato è un compito arduo e frustrante, anche se, a volte, una piccolissima traccia o indizio, appaga gli sforzi condotti con estrema caparbietà e determinazione. Lo stesso pensiero lo possiamo far fluire nella nostra personale inchiesta e su ciò che accadde nel periodo che precedette la grecizzazione della Sicilia. A questo punto possiamo affermare che tra le culture Vinča,[7] mediorientale prima e tutte quelle che si svilupparono in seguito nell’area euro-asiatica, sono strettamente connesse da una continuità temporale che potrebbe interfacciarsi con i flussi migratori prima e di conquista in seguito, per confermare l’origine delle prime comunità che si insediarono in Sicilia. Quelle stesse comunità che nel V millennio a.C. improvvisamente migrarono in direzione del sorgere del sole, senza un motivo apparente, per poi stanziarsi inizialmente sull’isola di Malta, dove realizzarono delle magnifiche strutture architettoniche, in seguito molti gruppi familiari si sparsero nell’area balcanica. Fecero ritorno nella terra dei loro padri?
Rispondere, allo stato attuale delle nostre conoscenze, è un’impresa difficile, per la mancanza di riferimenti storici e dalla scarsità di reperti archeologici, molti dei quali ancora oggi sono difficili da interpretare. Il compito diventa quasi ineseguibile quando proviamo ad analizzare la storicità di casa nostra, di quei territori a ridosso dell’Etna. [...]

Copyright  © Angelo Virgillito

[1]La cultura di Hallstatt è stata una cultura dell'Europa centrale dell'età del bronzo e degli inizi dell'età del ferro. Prende il nome dalla cittadina di Hallstatt, nei pressi di Salisburgo (Salzkammergut), nei dintorni del quale è stato trovato il sito principale attribuito a tale cultura. Nel 1846 Johann Georg Ramsauer, direttore delle locali miniere, scoprì una grande necropoli preistorica risalente al I millennio a.C. Gli scavi proseguirono nella seconda metà del XIX secolo, fino al 1876, ad opera dall'Accademia delle scienze di Vienna, portando alla scoperta di oltre mille tombe con una ricca suppellettile funeraria. Gli oggetti si erano conservati particolarmente bene a causa della salinità del suolo.
[2] Le tavolette di Tǎrtǎria sono tre reperti archeologici rinvenuti a Salistea, in Romania. Esse recano incisi dei simboli che sono stati oggetto di notevoli controversie tra gli archeologi, alcuni dei quali sostengono essere trattarsi della prima forma conosciuta di scrittura al mondo. Le tavolette sono generalmente associate alla Cultura di Vinca, che all'epoca della scoperta era ritenuta dagli archeologi rumeni e serbi risalente al 2.700 a.C. Vlassa interpretò la tavoletta senza foro come una scena di caccia e le altre due come testimoni di una scrittura primitiva simile ai primi simboli utilizzati dai Sumeri. La scoperta suscitò un grande interesse nel mondo archeologico poiché i segni erano precedenti alla Lineare A, la prima scrittura minoica, la più antica conosciuta in Europa. È stato suggerito da alcuni che i simboli indichino una sorta di collegamento tra l'Europa sud-orientale e i Sumeri. Tuttavia, le successive datazioni al radiocarbonio su i reperti di Tărtăria hanno retrodatato gli oggetti al 5.500 a.C. (e quindi tutta la cultura di Vinča era più antica), lo stesso periodo dei primi insediamenti a Eridu (quest’affermazione, comunque, non è da tutti accettata per evidenti contraddizioni nella stratigrafia del sito). Se i simboli fossero, di fatto, una forma di scrittura, questa sarebbe notevolmente anteriore alla più antica scrittura sumera o egizia, divenendo, di fatto, la più antica conosciuta al mondo. Tale affermazione è tuttavia molto controversa.
[3] Turdaș è un comune della Romania, ubicato nel distretto di Hunedoara, nella regione storica della Transilvania.
[4] Un henge è una struttura architettonica preistorica. La forma è quasi circolare o ovale disposta su un'area pianeggiante di circa 100 metri di diametro racchiusa e delimitata da una struttura in terra (earthwork) di confine che di solito comprende un fossato con un tumulo esterno. La struttura permette l'accesso all'interno tramite una, due o quattro entrate. Gli elementi interni possono includere messa in opera di portali, cerchi di pietre, recinti fatti con blocchi eretti in lunghezza (post rings), cerchi di pietre, disposizione di quattro pietre (four-stone settings), monoliti, blocchi dritti (standing posts), fosse (pits), gruppo di pietre erette (coves), allineamenti di pilastri (post alignments), allineamenti di pietre, sepolture, cumuli centrali (centralmounds), e buche per pali (stakeholes). Si ritiene che le henges avessero uno scopo rituale, piuttosto che difensivo.
[5] C. Knight e R. Lomas: La civiltà scomparsa di Uriel – Mondadori – 1999/2001 – Milano.
[6] Göbekli Tepe (collina tondeggiante in turco, Portasar in armeno, Girê Navokê in curdo) è un sito archeologico, situato a circa 18 km a nordest dalla città di Sanliurfa nell'odierna Turchia, presso il confine con la Siria, risalente all'inizio del Neolitico, (Neolitico preceramico A) o alla fine del Mesolitico. Vi è stato trovato il più antico esempio di tempio in pietra: iniziato attorno al 9500 a.C., la sua erezione dovette interessare centinaia di uomini nell'arco di tre o cinque secoli. Le più antiche testimonianze architettoniche note in precedenza erano le ziqqurat sumere, datate 5000 anni più tardi. Intorno all'8000 a.C. il sito fu deliberatamente abbandonato e volontariamente seppellito con terra portata dall'uomo. Göbekli Tepe è costituita da una collina artificiale alta circa 15 m e con un diametro di circa 300 m, situata sul punto più alto di un'elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante, tra la catena dei Monti Tauro e il Karaca Dağ e la valle, dove si trova la città di Harran. Il sito utilizzato dall'uomo avrebbe avuto un'estensione da 300 a 500 m².
[7] La cultura di Vinča fu una cultura preistorica che si sviluppò nella penisola Balcanica tra il VI e il III millennio a.C. Nel VI millennio a.C. questa cultura occupava una zona delimitata dai Carpazi a nord, dalla Bosnia a ovest, dalla pianura di Sofia a est e dalla valle di Skopje a sud. La cultura toccò il corso del Danubio, nelle attuali Serbia, Romania, Bulgaria, Macedonia e Kosovo. Gli insediamenti appartenenti alla cultura di Starcevo, rinvenuti negli strati più profondi e antichi di Vinča, erano composti da capanne di fango in cui le persone vivevano e dove venivano sepolte dopo la loro morte. Durante il periodo Vinča, le case erano divenute più complesse, con diverse camere separate da divisori realizzati in legno rivestito di fango. Queste abitazioni erano rivolte verso nord-est e sud-ovest ed erano separate da strade. Gli studi suggeriscono un'avanzata organizzazione e divisione del lavoro. Le case avevano stufe e cavità, appositamente scavate, per i rifiuti e i morti venivano sepolti in apposite necropoli. Le persone dormivano su stuoie di lana e pellicce e utilizzavano abiti di lana, di lino e di pelle. La datazione preliminare di un forno di fusione per il rame a Pločnik sembrerebbe risalire al 5500 a.C. e indicherebbe dunque un inizio in Europa dell'età del rame almeno 500 anni prima di quello che si riteneva. Il forno presenta inoltre una costruzione molto avanzata, con fori di ventilazione che permettevano di alimentare il fuoco e un camino per l'espulsione dei fumi lontano dai lavoratori. Questo tipo di struttura è un unicum, poiché gli altri forni utilizzato per l'estrazione del rame in altri siti non appartenenti a questa cultura, erano generalmente più primitivi.

Ho incontrato il demonio

 PROSSIMO ALLE STAMPE In quest'ultimo libro preparatevi a varcare la soglia di un racconto, dove ogni pagina annuncia una lotta eterna, ...